Questo contributo, realizzato dal gruppo di studio della Associazione Micologica Bresadola di Saronno, ha lo scopo di fornire ai lettori gli elementi di base per un appassionante approccio al meraviglioso mondo dei funghi, nella speranza di contribuire a creare una condivisa cultura micologica / ambientale nel rispetto della natura e dell’interesse comune.

Gli articoli che impreziosiscono questo nostro contributo, fanno riferimento a quanto ampiamente descritto nelle numerose pubblicazioni bibliografiche e informatiche della Associazione Micologica Bresadola Nazionale, allo scopo di diffondere una sana “cultura micologica e ambientale”.

Caratteri da osservare e loro definizioni

Per giungere all’esatta determinazione di un fungo si devono anzitutto studiare i caratteri morfocromatici; difatti, attraverso una loro attenta valutazione e senza l’ausilio di altri strumenti se non di una semplice lente di ingrandimento, è spesso possibile inquadrarne il genere di appartenenza e, non di rado, determinarne l’appartenenza ad una specie. Come accennato, è necessario però procedere a un diligente esame analitico delle varie parti che lo compongono fin dall’atto della raccolta, il tutto annotato con cura come se si dovesse attendere alla compilazione di una vera e propria carta d’identità.

Ecco perché, al fine di non incorrere in facili errori di determinazione, è indispensabile conoscere  bene i caratteri morfocromatici tipici di ciascuna specie tenendo sempre presenti quei fattori che, in un modo o nell’altro, possono concorrere alla loro modificazione anche sostanziale.

Durante tale operazione sarà bene tenere presenti alcuni fattori che possono modificare, talora profondamente, l’aspetto generale o taluni caratteri più o meno tipici del fungo. Vediamoli assieme:

Trasformazione naturale

Dalla nascita alla completa maturazione il carpoforo è soggetto a una continua trasformazione della forma e dell’aspetto, sia nel suo insieme, che nelle singole parti che lo compongono.

Cause accidentali

Cause accidentali (ostacoli di vario genere incontrati durante la crescita) possono mutarne la fisionomia tipica, inducendo modificazioni più o meno vistose nella forma del cappello, del gambo, dell’imenoforo o di altre sue parti.

Agenti atmosferici

Gli agenti atmosferici (pioggia, sole, vento, siccità, gelo, etc.) influiscono sensibilmente sull’aspetto esteriore del carpoforo; così una pioggia eccezionalmente prolungata può far perdere ornamentazioni e colori tipici, soprattutto del cappello, per azione di dilavamento, mentre la siccità disidratare il fungo a tal punto che ne risultano profondamente modificate sia la forma che le dimensioni, talora riducendo o annullando del tutto l’odore e/o la caratteristica reazione colorata della carne in sezione; con il vento, oltre a tali inconvenienti, possono manifestarsi atipiche screpolature, areole o pseudo-squamule che ne modificano l’aspetto consueto.

Circostanze ambientali

Le circostanze ambientali o i fattori ecologici possono mutare in parte e più o meno profondamente, i caratteri morfologici del fungo (p. es., la sua crescita sul nudo terreno tende a favorire la formazione di un gambo corto e tozzo, mentre nel fitto dell’erba questo si allunga a dismisura assumendo così un aspetto piuttosto slanciato se non proprio gracile).

Perché siamo attratti dai funghi?

Abbiamo provato a chiederci come mai tante persone, in particolare in questi ultimi anni, sono così interessate al mondo dei funghi e soprattutto alla loro raccolta. Molte sono le risposte possibili e nessuna veramente esauriente, tuttavia crediamo di avere individuato fra esse un comune determinatore, nell’attrazione che la natura esercita sull’uomo. Il ritmo frenetico della vita odierna tende a soffocare la parte di noi che esige di vivere un contatto reale con l’ambiente che ci circonda e del quale l’uomo è parte integrante.

Così, non appena il tempo ce lo consente, dopo una settimana di intenso lavoro, molti di noi cercano di ritornare là dove il grande disegno della natura ci ha riservato un posto: il nostro ambiente, ovvero la natura stessa. Si abbandonano volentieri le caotiche situazioni cittadine fuggendo da quel soffocante mare di cemento che ci circonda; si cerca di ritemprare il proprio spirito scegliendo le mete più disparate. Ed ecco che fiumi e laghi, mari e monti, vengono letteralmente invasi da un grande numero di persone alla ricerca di un giusto e sereno riposo, lontano dalla logorante “routine” quotidiana, per riscoprire nel ventre di madre natura una dimensione più a misura d’uomo. Chi frequenta le zone montane può essere ampiamente appagato dalla bellezza dei panorami o dall’aria fresca e frizzante; certo è che, prima o poi, il suo sguardo sarà attratto dal fascino misterioso del bosco. Dapprima saranno i maestosi alberi ad alto fusto ad attirare la sua attenzione; sarà poi la volta di arbusti e fiori, infine toccherà agli abitanti più discreti: i funghi.

È automatico l’interesse che ne scaturisce: tutti conosciamo quanto possano essere gustosi e prelibati questi frutti del sottobosco e di conseguenza si profila l’esigenza di imparare a riconoscere almeno le specie più rinomate per poterle consumare. Si innesca così una sorta di passione che per qualcuno diventa quasi maniacale: quella che spinge a “levatacce” per precedere altri concorrenti, quella delle raccolte smisurate (quando la “fortuna” ci assiste), quella che ci porta a presumere che i funghi siano lì solo per essere raccolti e successivamente mangiati. Riguardo a quest’ultimo punto le cose sono assai diverse: i funghi costituiscono uno dei tanti mezzi che la natura ha escogitato perché il suo prodigioso disegno si compia con la precisione che tutti conosciamo. I funghi sono indispensabili all’ecosistema boschivo e come tali devono essere conosciuti e rispettati.

Ma allora non si devono raccogliere i funghi? – Non è esattamente così

Bisogna imparare però a non farne scempio, a raccoglierli solo dopo che hanno portato a termine la loro funzione di regolatori dell’ecosistema boschivo; insomma, bisogna conoscere il loro mondo, peraltro ricco di forme e colori davvero unici, per comprendere come, dove e quando la loro raccolta non costituisce un danno nei confronti dell’ambiente.

È quindi possibile coltivare questo sano passatempo, ma con le dovute riserve e con la piena coscienza di ciò che si sta facendo, senza avidità e senza lasciarsi andare a controproducenti spavalderie che a nulla giovano. È solo il caso di accennare a quanto siano importanti gli alberi, polmoni instancabili, produttori d’ossigeno, per la nostra vita; ebbene l’esistenza dei funghi è strettamente correlata con quella degli alberi, degli arbusti e persino delle erbe.

Un bosco privo di funghi è destinato ad un rapido deperimento e a possibile estinzione.

Ma quali sono le abitudini e le esigenze dei funghi? In cosa consiste lo stretto, insostituibile legame che li unisce al bosco? Per scoprirlo è necessario avventurarsi nel loro mondo: sarà un viaggio affascinante, non privo di sorprese e di mistero.

Il mondo dei funghi

Anche il più avido fra i cercatori di funghi prova curiosità per queste figure così singolari che, specialmente in autunno, compaiono più o meno copiose ad adornare il terreno dei boschi, vecchie ceppaie e zone erbose. Sui funghi se ne sono dette davvero tante, talora a ragion veduta, sovente con una straordinaria fantasia, verosimilmente favorita anche dal mistero che avvolge il loro mondo. Del resto è comprensibile che, almeno in passato, si guardasse con grande sospetto a questi strani frutti di madre natura talora capaci di entusiasmare per il loro sapore, ma a volte anche portatori di morte. Questa ambiguità ha dato luogo a molte fantasie sul loro conto, la maggior parte delle quali più pertinenti alla stregoneria che alla scienza. Ma i funghi, nonostante l’ambiente fiabesco nel quale vegetano, non sono affatto prodotti della magia o “casette” per gnomi blu abitanti del bosco. Legittimo comunque l’alone di curiosità che li avvolge, molto meno alcuni luoghi comuni che, man mano, hanno trovato credito specialmente fra i più ingenui; delle credenze popolari diremo in seguito.

Quanto tempo occorre perché i funghi crescano?

Una domanda che ognuno di noi si è certamente posto osservando splendidi esemplari di porcini o

di ovoli, è quella inerente al tempo necessario affinché tali frutti possano svilupparsi e maturare; antiche credenze popolari vogliono che basti una notte; qualcuno giura di aver reperito esemplari perfettamente formati e di taglia rimarchevole poche ore dopo avere ispezionato accuratamente il medesimo luogo e non avervi notato alcuna presenza fungina; i fantasiosi più arditi, infine, sostengono di avere visto coi propri occhi squarciarsi il terreno all’improvviso e… puff! Ecco i funghi spuntare belli e maturi, con tanto di gambo allungato e di cappello disteso.

Tutto ciò, naturalmente, non corrisponde a realtà, né ha alcun fondamento scientifico né, in ogni caso, potrebbe rivestire particolare importanza per la comprensione del ciclo biologico dei funghi.

A titolo di curiosità, tuttavia, possiamo accennare che alcune specie di minuscola taglia (p. es., taluni Coprinus) compaiono in breve tempo dopo copiose piogge e nel volgere di poche ore (a volte non più di un giorno) dallo stadio di primordio si accrescono, si sviluppano e si decompongono. Altre specie sono quasi altrettanto rapide a comparire, ma hanno vita meno effimera e permangono sul terreno per alcuni giorni (p. es., piccoli Marasmius e generi vicini, alcuni Entoloma, Mycena, etc.).

Al contrario, alcuni gastromiceti pur essendo rapidi nel presentarsi sotto forma di “ovolo”, permangono così, in apparente stasi vegetativa, per alcune settimane per “esplodere” e portare a termine il loro sviluppo successivamente, generalmente nell’arco di un paio di giornate o poco più. Ma la maggioranza dei macromiceti ha un ciclo vitale più graduale e costante: è il caso dei Boleti, delle Amanite, delle Russule, dei Lattari dei Tricholoma etc…

In linea generale possiamo asserire che questi funghi compaiono dal substrato di crescita allo stadio di primordio o di giovane carpoforo e si accrescono nel giro di alcune giornate (talora anche settimane) a seconda delle più o meno favorevoli condizioni ambientali e climatiche, nonché di una serie assai diversificata di concause.

Certamente, a questo punto, qualcuno sarebbe disposto a giurare che quanto testé affermato non è vero e che più volte gli è capitato di reperire un bel porcino in una stazione a lui ben nota, solo alcune ore dopo una prima accurata ispezione; vi è una sola risposta possibile ed è che, per buona fortuna, i funghi possiedono uno straordinario potere mimetico che viene ulteriormente esaltato dal gioco di luci e ombre del bosco.

Esperienze personali (ma in letteratura micologica non mancano documentazioni fotografiche) ci portano a stimare che mediamente i tempi di accrescimento dei porcini (così come di molti altri macrofunghi), dalla comparsa sul terreno di piccoli carpofori alla completa maturità, oscillano fra i tre e i dieci giorni.

Quando crescono i funghi?

Prima di tutto sfatiamo un altro luogo comune: si dice che i funghi crescano durante la notte (una notte!). Quanto esposto nel precedente capitolo spiega eloquentemente che i tempi fisici di accrescimento sono certamente ben più elevati rispetto alle poche ore che compongono una notte. I funghi crescono quando le condizioni climatico/meteorologiche sono a loro favorevoli, senza alcuna preoccupazione nei confronti dell’orario, né se si tratti del giorno o della notte. Eppure i più accaniti cercatori si alzano di buon’ora per essere i primi a esplorare le stazioni di crescita dei prelibati miceti, convinti che il loro bottino si sia prodotto poche ore prima, durante la notte…

Quali sono le condizioni che favoriscono la crescita dei funghi?

La scienza, sino ad ora, non è in grado di rispondere esaurientemente al quesito. Tuttavia, generalizzando, si può affermare che il periodo propizio per la fruttificazione dei funghi coincide con la stagione estivo/autunnale, non solo per le condizioni climatiche favorevoli (temperatura mite e tasso di umidità elevato) ma anche per una serie di altre cause, non meno importanti, che capiremo più avanti, affrontando il tema dei sistemi nutrizionali dei funghi. Si dice che la crescita dei funghi sia influenzata dalle fasi lunari. Non è facile provare oppure confutare tale punto di vista. La nostra esperienza è piena di casi assai contraddittori e personalmente riteniamo che se una relazione esiste, essa è del tutto marginale e può, tutt’al più, influire sulla quantità delle fruttificazioni. Certo è che nelle tradizioni popolari si tende ad esagerare questo dato, ammesso che vada tenuto in considerazione, e ad “aggiustarselo” secondo i propri intendimenti; così, parlando con alcuni anziani “fungaioli” si apprende che la “luna buona” è quella calante, mentre discutendo con altri, ci si sente dire che la “luna buona” è quella crescente…

Tornando all’esperienza personale possiamo dire che ci è capitato più volte di trovarci in una determinata zona e di non vedere l’ombra di un fungo; successivamente, spostandoci nella vallata accanto, di reperirne in quantità. Eppure la luna era la medesima!

A volte bastano piccole differenze nel microclima di un ambiente perché si verifichino casi, per altri versi, assolutamente inspiegabili. Così può bastare una leggera differenza di esposizione o una ventilazione più moderata per condizionare o favorire la crescita dei funghi. Sicuro è che le principali condizioni favorevoli sono da ricercare nella relazione umidità-temperatura, ma è un grosso errore pensare che basti un’abbondante pioggia per risvegliare il meccanismo della fruttificazione fungina.

Altrettanto certo è che alcuni funghi prediligono zone e periodi più aridi e di conseguenza più siccitosi (p. es., l’ovolo buono), altri esigono terreni più grassi e imbibiti (p. es., i prataioli), altri ancora hanno abitudini talmente “originali” da confondere le idee al malcapitato studioso che pensava di avere “capito tutto” riguardo alla crescita dei funghi; è il caso del così detto “dormiente” (Hygrophorus marzuolus) che compare al disgelo, non appena la neve si scioglie, o del “gelone” (Pleurotus ostreatus) che fa la sua comparsa quando i primi geli imbiancano il bosco e tutti gli altri funghi hanno smesso di fruttificare.

Tutto questo, sempre e solo, in linea generale, perché esistono le dovute eccezioni, tanto frequenti e bizzose da scoraggiare chiunque voglia dire l’ultima parola sulle condizioni che favoriscono la crescita dei funghi.

Sicché capita di reperire qualche porcino (alle nostre latitudini) anche in pieno dicembre, o di imbattersi nel dormiente quando il sole di maggio ha già abbondantemente riscaldato il terreno dei boschi di collina. Davvero un bel mistero! Anche da queste situazioni deriva il fascino che i funghi esercitano su di noi.

Dove crescono i funghi?

Soltanto se si parla in linea generale si può affermare che i funghi crescono nei boschi. Infatti, se la gran parte dei macrofunghi ha abitudini boschive, non possiamo dimenticare che un’altra cospicua rappresentanza vegeta in ambienti diversi. Non poche sono infatti le specie praticole, quelle lignicole e quelle fimicole; si pensi che esistono persino funghi “fungicoli”, ovvero crescenti solo su altri funghi, magari in via di decomposizione. Nel corso della nostra esperienza micologica abbiamo avuto modo di osservare situazioni al limite dell’incredibile, come funghi cresciuti sullo zerbino di una doccia, altri su vecchi sacchi di juta abbandonati in uno scantinato, altri ancora che pur di riuscire a venire alla luce, non hanno esitato ad intrufolarsi in una bottiglia completando lì il proprio sviluppo. Va da sé, perciò, che ogni ambiente può ospitare funghi anche se, è fuori dubbio, il bosco rimane l’ambiente ideale per eccellenza. È molto importante però conoscere e sapere valutare l’ambiente boschivo nel quale ci si avventura alla ricerca di funghi; ogni tipo di bosco ha un proprio carattere e favorisce la crescita di alcune specie fungine più che di altre. Sarà questo uno dei temi che affronteremo in seguito, al fine di dare un’idea di quali possono essere le affinità fra tipo di bosco e specie fungina. Sin qui abbiamo affrontato alcune tematiche inerenti alle abitudini vegetative dei funghi, più per sfatare alcuni radicati luoghi comuni che per capirne il ciclo biologico.

Di importanza ben più rilevante è invece la conoscenza del meccanismo di riproduzione dei miceti; per cercare di rispondere a questo sostanziale quesito, sia pure in termini succinti e semplici, ci avvaliamo di un disegno nel quale abbiamo schematizzato il ciclo di riproduzione dei funghi.

CICLO di RIPRODUZIONE dei FUNGHI

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Prima ancora di analizzare le varie fasi del ciclo riproduttivo, è necessario premettere che quelli che noi definiamo impropriamente funghi (carpofori) sono in verità frutti di una pianta, generalmente non visibile ad occhio nudo perché celata sotto il terreno o altro substrato adatto, di struttura assai semplice (è dotata di tallo ma è priva di rami, infiorescenze, germogli, foglie, etc.) e avente una conformazione che ricorda da vicino quella di una ragnatela, essendo costituita da sottili filamenti, anche se architettonicamente più disordinata. È quindi un errore ritenere il fungo una pianta poiché esso, alla stregua di una pera o di una mela, è soltanto il “frutto” di una pianta chiamata Micelio. Chiarito questo basilare concetto, vediamo ora di affrontare in modo semplice ed elementare il ciclo di riproduzione dei funghi; è opportuno precisare che proporremo, ancora una volta, una situazione generalizzata, prendendo in considerazione il più comune e conosciuto dei metodi di riproduzione dei funghi, ma non certo l’unico. Per questioni di praticità iniziamo la trattazione dell’argomento riferendoci ad un carpoforo adulto; il disegno mostra un esemplare sviluppato di Amanita caesarea (il ricercatissimo ovolo buono). Si noterà che dalla zona sottostante al cappello (imenoforo, in questo caso costituito da lamelle disposte radialmente) si disperde una nube di minuscole particelle. Si tratta delle spore, in realtà non visibili ad occhio nudo, piccolissime cellule in grado di germinare e perciò simili a semi, le quali, una volta giunte a giusta maturazione, abbandonano il carpoforo che le ha generate ed ospitate, per intraprendere il lungo, e sovente impietoso, cammino della riproduzione.

Buona parte delle spore (mediamente alcune centinaia di migliaia per ogni carpoforo) non si depositeranno nelle immediate vicinanze del fungo che le ha rilasciate bensì, sospinte dal vento o trasportate dalle acque, si disperderanno in altri luoghi, talvolta a parecchi chilometri di distanza.

Osserviamo ora il comportamento di ogni singola spora: una volta giunta a dimora (terreno o altro idoneo substrato) essa germina, producendo un filamento composto da cellule ± filiformi dette ife, che prende il nome di MICELIO PRIMARIO. Quest’ultimo, in realtà, è la vera pianta-fungo, ma in questa fase non è in grado di fruttificare. Affinché il micelio possa acquisire la capacità di produrre frutti, occorre che si verifichi un nuovo evento: bisogna che si formi un MICELIO SECONDARIO, ovvero l’unione di due miceli primari originati da spore di carica sessuale opposta.

Nel disegno si osserva un micelio primario (azzurro) originato da una spora di carica positiva (+), che si incontra e si unisce fisicamente ad un altro micelio primario (giallo) originato da una spora di carica negativa (), costituendo così una pianta fertile, ovvero il micelio secondario (verde).

Il micelio secondario, che d’ora in avanti per comodità chiameremo semplicemente micelio, si diramerà estendendosi fino a ricoprire alcune decine di metri quadrati e, quando se ne presenteranno le condizioni favorevoli, potrà fruttificare producendo nuovi carpofori.

Da quanto rapidamente esposto emergono alcuni elementi piuttosto significativi; si comprende anzitutto quanto abbiamo più su premesso, ovvero che il carpoforo altro non è che il frutto del “vero” fungo, cioè il micelio. Si capisce anche perché ogni corpo fruttifero produca tante spore: perché l’eventualità che dalla sporulazione possa verificarsi la formazione di un nuovo micelio secondario è assai scarsa, ed inoltre si terrà presente che la fruttificazione stessa (la comparsa di nuovi carpofori) è condizionata da talmente tante concause (ancor oggi in gran parte da scoprire) che sovente il micelio, pur vegetando per decine d’anni, può “rifiutarsi” di fruttificare per stagioni e stagioni. I più attenti avranno intuito che la foggia dell’imenoforo (siano lamelle, tuboli o aculei) non è che un sistema escogitato dalla natura per aumentare la superficie utile alla produzione delle spore. Si potrebbe ora aprire una parentesi riguardo agli straordinari meccanismi di cui la natura si serve per assicurare la diffusione delle spore anche di quei funghi il cui imenoforo è liscio (p. es. generi Auricularia, Guepinia, Clavariadelphus, etc…) oppure racchiuso in una specie di corazza detta peridio (es.: generi Lycoperdon, Scleroderma, Cyathus, etc…), ma avremo modo di affrontare questo affascinante argomento nel prosieguo.

Ci preme per ora rispondere a un ulteriore interrogativo che consentirà di capire la funzione dei funghi nel delicato, e per molti versi ancora misterioso, meccanismo che regola gli ecosistemi. Può sembrare incredibile ma i funghi sono stati creati per “mangiare” e non per essere mangiati! La conclusione emerge chiara dalla comprensione del sistema di nutrizione dei miceli; qui troverà risposta l’ingenua, ma pur legittima domanda: «A cosa servono i funghi e perché è indispensabile rispettarli?» Affrontiamo l’argomento con la consueta semplicità, ma teniamo a sottolineare che in questo capitolo è contenuta la vera introduzione alla micologia; il conoscere alcune specie di funghi ne è solo una semplice conseguenza.

 I SISTEMI NUTRIZIONALI dei FUNGHI

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I funghi, alla stregua degli animali e a differenza dei vegetali, per poter vegetare hanno la necessità di nutrirsi a spese di altri organismi vegetali o animali, viventi o no.

Sono principalmente tre i sistemi nutrizionali utilizzati dai macromiceti; proprio in funzione del sistema nutrizionale adottato.

I funghi vengono generalmente distinti in tre gruppi: SAPROFITI – PARASSITI – SIMBIONTI

FUNGHI SAPROFITI

Funghi che si nutrono di sostanze organiche, animali o vegetali, non viventi. Tali funghi, assieme ai

batteri e ad altri microorganismi, provvedono alla importantissima funzione di degradazione delle sostanze organiche, affinché tutte le spoglie del mondo vivente vengano restituite a quello inorganico sotto forma di acqua, anidride carbonica e sali minerali; questi elementi resi al terreno, assicureranno il perpetuarsi del ciclo biologico del bosco. In altre e ancor più semplici parole: i funghi saprofiti, attraverso il loro micelio, si nutrono di sostanze organiche appartenenti a organismi ormai morti e ne riducono la consistenza preparando la strada ai batteri e ad altri microorganismi, i quali provvederanno a completare la trasformazione delle sostanze organiche in sostanze inorganiche. Per questo loro instancabile lavoro i funghi saprofiti vengono, a buona ragione, definiti “gli spazzini del bosco”. A loro dobbiamo una gran parte del merito dell’autopulizia del bosco; così scompaiono foglie, ramuscoli, frutti e altri cascami vegetali, così vengono ripulite spoglie e residui organici di animali. L’humus del terreno, costituito da detriti vegetali in tutti gli stadi di decomposizione, rappresenta la fonte di nutrizione di un grandissimo numero di funghi saprofiti sia macroscopici che microscopici. Tra i primi possiamo ricordare i Prataioli (genere Agaricus), le Mazze di tamburo (genere Macrolepiota), numerosi Coprinus, Panaeolus, Psathyrella, Agrocybe, Lepista, etc.

FUNGHI PARASSITI

Funghi che si nutrono a spese di sostanze appartenenti ad animali o vegetali viventi.

Essi possono rappresentare un serio pericolo per le piante, per gli animali e per l’uomo stesso, essendo la causa di gravi malattie che possono condurre alla morte dell’ospite. La peronospora, l’oidio, la ruggine del frumento, il mal secco della patate, etc., causati dai funghi cosiddetti “inferiori” e il mal del falchetto determinato dal notissimo “Chiodino” (Armillaria mellea s.l.), costituiscono alcuni degli esempi più noti di malattie di origine fungina diffuse nel regno vegetale. Altri funghi a carattere parassitario sono numerose Corticiaceae e Polyporaceae; fra queste ultime Laetiporus sulphureus (= Polyporus sulphureus) per i suoi colori sgargianti e Grifola frondosa per la sua forma assai particolare, rappresentano forse le situazioni più spettacolari. Il compito di questi “funghi-demolitori” è quello di coadiuvare la natura a regolare il proprio equilibrio; di norma sono infatti gli alberi più gracili, quelli la cui presenza è scarsamente utile al bosco, quelli che sottraggono sostanze ai vicini impoverendone l’alimentazione, a costituirne le vittime preferite. In questo modo il bosco viene liberato naturalmente da un “peso” che ne comprometteva l’armonia. Allo stesso modo sono sovente i funghi (generalmente microfunghi) a debellare l’ambiente da presenze eccessive di taluni insetti o animali. Va inoltre segnalato che parecchi funghi parassiti (il Chiodino è fra questi) sono in grado di modificare le loro esigenze nutrizionali passando dal parassitismo (nutrizione a scapito di organismi viventi) al saprofitismo (nutrizione a scapito di organismi morti). Così si assiste alla proliferazione di questi funghi anche dopo che l’ospite è stato ridotto alla morte; il Chiodino, (Armillaria mellea) per esempio, continua ad alimentarsi dal ceppo dell’albero di cui ha causato la morte, finché rimarrà legno di cui nutrirsi. Potremmo perciò dire che si tratta di un fungo “assassino” ma assai educato, poiché provvede lui stesso a ripulire l’ambiente dalle spoglie della propria vittima…

FUNGHI SIMBIONTI

Funghi che conducono vita di mutualismo con altri organismi viventi.

Il micelio entra in simbiosi con le radichette terminali di alberi superiori, arbusti o erbe, stabilendo con esse uno scambio continuo di sostanze nutrizionali.

SIMBIONTI – (Micorriza)

Il fenomeno, detto micorriza, si realizza per semplice contatto tra le ife miceliari e i peli terminali delle radici di alberi, arbusti o erbe (micorriza ectotrofica, tipica dei basidiomiceti e di taluni ascomiceti) o per penetrazione (micorriza endotrofica). La combinazione è vantaggiosa sia per il fungo che per la pianta poiché quest’ultima si serve del micelio per estendere notevolmente la superficie di terreno da cui trarre le sostanze nutritive (inorganiche) di cui abbisogna. In pratica il micelio, che, come abbiamo detto più su ha l’aspetto di una vasta ragnatela composta da filamenti cavi (le ife), presta le proprie ife all’albero superiore, con il quale ha instaurato la simbiosi, come fossero “tubicini di prolunga” delle radici; in questo modo la pianta potrà disporre di un territorio assai più vasto da cui assorbire le sostanze di cui si nutre.

SIMBIONTI – (Simbiosi)

Simbiosi, significa mutuo scambio sicché l’unione deve risultare vantaggiosa anche per il fungo (si intenda micelio). Infatti, quando la pianta avrà completato il proprio ciclo annuale avendo prodotto gemme, foglie, fiori e frutti, potrà restituire al terreno gli esuberi di sostanze fotosintetizzate (organiche); a questo punto sarà il micelio simbionte a ricevere alimentazione gratuita e, siccome ciò accade generalmente dalla fine dell’estate all’autunno, questo sarà il periodo in cui i miceli ipernutriti, “decideranno” di fruttificare con nuovi carpofori.

SIMBIONTI – (Simbionti) – Esempi

Sono moltissime le specie fungine simbionti, fra queste anche il ricercatissimo Porcino (Boletus edulis e relativo gruppo) e l’altrettanto noto Ovolo buono (Amanita caesarea). È dimostrato che alberi micorrizati crescono più rapidamente e assai più rigogliosi. Per tale motivo la comparsa di carpofori di funghi simbionti in un bosco ancor giovane prelude ad un sano ed equilibrato sviluppo del medesimo. I particolari e delicati rapporti tra fungo e pianta, che si stabiliscono con la micorriza, spiegano anche perché è riuscita fino ad ora vana la coltivazione di funghi molto apprezzati come l’Ovolo buono e i Porcini, al di fuori del loro ambiente naturale. Si deve infine ricordare che la medesima specie fungina può instaurare simbiosi con alberi di specie diverse e che uno stesso albero può ospitare varie specie di funghi; tuttavia, in numerosi casi, si noterà un’affinità (talora esclusiva) fra i partners. È il caso, per esempio, del Suillus grevillei (il “Laricino”) simbionte esclusivo del Larice, o del Lactarius torminosus (il “Peveraccio delle coliche”) sempre legato alle betulle. In conclusione, possiamo affermare che proprio dai sistemi nutrizionali cui sono adattati i funghi emerge la loro insostituibile funzione negli ecosistemi boschivi; riassumendo, i funghi saprofiti, “gli spazzini del bosco”, preparano la strada a batteri e ad altri microorganismi che porteranno a termine la decomposizione di residui vegetali (fogliame, legname, frutti, etc.) e animali (carcasse di insetti e di animali superiori); i funghi simbionti contribuiscono all’approvvigionamento di sostanze nutrizionali per alberi, arbusti ed erbe; i parassiti infine, almeno limitatamente ai macromiceti, svolgono un importante ruolo di selezione naturale aggredendo gli alberi meno sani, a tutto vantaggio di altre piante presenti in loco. È evidente, perciò, che i funghi debbono essere rispettati e che la loro eventuale raccolta deve avvenire senza eccessi, sia in riferimento alla quantità di carpofori prelevati, sia in riferimento al grado di maturazione degli stessi.

Al momento della raccolta

All’atto della raccolta si annoteranno, con meticolosità, località e vegetazione circostante, altitudine, tipo di substrato (p. es., terreno, legname, humus di bosco, sterco, etc.), esposizione al sole (p. es., soleggiato, ombroso, etc.), clima (p. es., asciutto, umido, etc.) disposizione dei carpofori (p. es., solitari, a gruppi, cespitosi, allineati, in circolo, a zig zag, etc.), la data del ritrovamento, le condizioni meteorologiche ed altre particolarità ambientali; si annoteranno ancora le peculiarità ”labili” o suscettibili di mutamenti più o meno rapidi quali l’odore, il colore, il viraggio della carne alla sezione, la vischiosità, etc. Sarebbe infine auspicabile, per chi dispone di una apparecchiatura fotografica, immortalare i reperti (mettendo in evidenza le caratteristiche salienti) quale valido documento consultabile anche a distanza di tempo; ottima scelta sarà inoltre il conservare qualche esemplare essiccato per consentire successive indagini microscopiche.