Dove crescono i funghi

E’ noto a tutti che i funghi possono crescere nei più svariati ambienti: dalla pianura alla cima delle montagne, dalla sabbia delle spiagge al limite della vegetazione arborea, dall’estremo nord all’equatore; questa loro generica attitudine a crescere in ambienti così diversi non deve però essere fraintesa. Non è possibile, infatti, generalizzare poiché ogni habitat ospita specie diverse e, non di rado, proprio la conoscenza dell’ambiente di crescita costituisce la discriminante per una corretta determinazione.

Il territorio italiano

Il territorio italiano, al quale si riferisce quest’opera, è un insieme di microambienti talmente diversi

fra loro da costituire un esempio notevole di habitat universale; resta inteso che solo le specie endemiche delle estreme zone boreali e quelle delle zone tropicali sono certamente impedite dal crescervi. Questa grande variabilità ambientale, tuttavia, non è sufficiente per garantire la presenza sul nostro territorio di tutte le specie di funghi segnalate nel mondo; basta scorrere qualche flora micologica americana o orientale, per rendersi conto che, al di là della latitudine e della vegetazione, altri fattori concorrono nel determinare l’habitat ideale per la vita dei funghi. Si può ragionevolmente supporre che elementi di importanza capitale siano la piovosità, l’umidità relativa, la temperatura, la ventosità, l’esposizione al sole, la natura del terreno intesa come sua composizione, ma anche come sua compattezza, la presenza in loco di essenze arboree alle quali i miceli possono legarsi in intima simbiosi, oppure trarre sostanze nutrizionali idonee, etc.

Il territorio idoneo per la crescita dei funghi

Risulta molto difficile, anche per un esperto, comprendere per quale concomitanza taluni ambienti teoricamente idonei non producano, o limitino a sporadiche comparse, fruttificazioni fungine; allo stesso modo, è arduo spiegare come altre zone apparentemente aride, asciutte e quindi attitudinalmente poco quotate, siano invece ottime produttrici di funghi. Tuttavia, al di là di queste pur doverose considerazioni, possiamo affermare che, in linea di massima, l’habitat preferito dai macrofunghi è un ambiente boschivo temperato, scarsamente ventoso e situato in una zona sufficientemente piovosa. Di seguito vogliamo riassumere alcuni fra i più caratteristici ambienti del territorio italiano, indicando schematicamente, per ognuno di essi, gli alberi micologicamente importanti e le specie fungine più comuni ad essi associate. Convenzionalmente, assumiamo come punto di partenza di questo nostro excursus le zone più alte a nord della penisola, per discendere, senza dimenticare le isole, fino alle pianure del Salento.

La zona delle conifere alpine

Si estende per una fascia che dai 1.000 m sale fino al limite della vegetazione arborea, a ca. 1.800, 2.000 m s.l.m. Partendo dall’alto si incontrano prevalentemente boschi ombrosi e fitti di conifere; in particolare è l’Abete rosso (Picea abies) a dominare su altre presenze di aghifoglie, come Larix decidua, Abies alba e alcune specie di Pinus (silvestris, cembra e strobus). Assai caratteristico è anche il sottobosco costituito per lo più da Mirtillo e da numerose specie di muschi. Negli anfratti più umidi e paludosi fanno la loro comparsa soffici tappeti di lussureggianti sphagnus, muschi che per la loro morfologia si distinguono molto agevolmente dalle altre specie a stelo breve. Per queste peculiarità, la zona boschiva alpina è assai simile a quella dei boschi nordici e boreali dove, però, incontriamo le medesime essenze in pianura o su rilievi poco importanti. Analoghe ed abbondanti anche le fruttificazioni fungine e si può affermare, senza tema di smentita,che quasi tutti i generi sono rappresentati. Tuttavia, numerose sono le specie che per loro esigenze vegetazionali, frequentano soltanto questi spazi. È una delle zone più visitate dai cercatori producendo un gran numero di ottime specie commestibili, ma anche dagli studiosi di micologia, poiché annovera un gran numero di specie interessanti sotto il profilo strettamente scientifico. Trattandosi una zona molto estesa sull’arco alpino e replicata anche nelle zone più alte e meno esposte dell’Appennino, costituisce uno degli habitat più significativi per il nostro territorio. La contemporanea presenza di latifoglie è piuttosto limitata nelle fasce più alte dove potremo scorgere qualche Betulla, l’Ontano e altri alberi di caducifoglie, ma di scarso impatto micologico; scendendo potranno fare la loro comparsa i Pioppi, il Nocciolo, il Faggio.

La zona dei boschi misti alpini e subalpini

Considereremo questa zona come una fascia che, a seconda della latitudine, può estendersi dai 700-800 m ai 1.400-1.500 m s.l.m. Qui le piante presenti sono di norma assai più differenziate dal punto di vista specifico, rispetto a quelle della fascia sovrastante. Si individuano, infatti, numerosissime presenze fra le latifoglie, mentre, se si esclude il Cirmolo (Pinus cembra) specializzato a quote più elevate, sono ancora presenti tutte le conifere. Quest’ambiente così eterogeneo è, almeno sul piano teorico, il prediletto da un gran numero di funghi superiori, a prescindere dal sistema nutrizionale cui sono abituati. Il cosidetto “bosco misto” di conifere e di latifoglie, come si può intuire, potrà ospitare sia le specie micorriziche specializzate con particolari essenze, sia quelle capaci di adattarsi a situazioni di simbiosi meno rigorose, sia gran parte della nutrita schiera dei saprofiti e dei parassiti, potendo loro offrire sostanze nutrizionali assai diversificate. In questa fascia, nell’arco alpino, possiamo trovare il Faggio, la Betulla, il Castagno, alcune specie di Quercia, alberi capaci di consorziarsi con le conifere, oppure di costituire boschi monospecifici. Compaiono poi numerose altre piante come il Nocciolo, particolarmente nelle zone più aperte, alcune specie di Pioppo, l’Ontano, il Tiglio ed altre essenze meno rilevanti per il micologo. Assai importanti, sotto il profilo della produzione fungina, sono le aggregazioni Faggio-Abete bianco, più ricorrenti nella zona appenninica. ma presenti anche in quella alpina. Una gamma pressoché infinita di altre combinazioni può costituire altri ambienti idonei alle fruttificazioni fungine; è il caso dei boschi misti di sole latifoglie, generalmente più probabili alle altitudini inferiori, dove anche il sottobosco costituisce un habitat di particolare riguardo. Ci riferiamo alla presenza di Ericacee in genere, piante arbustive capaci di ospitare funghi alla stregua dei più imponenti alberi ad alto fusto. Una nota a parte merita poi la zona dei prati e dei pascoli che, proprio in questa fascia altitudinale, presenta il maggior numero di specie a spiccata vocazione prativa; si tratta, sovente, di funghi solo apparentemente saprofiti e che in realtà instaurano un rapporto di micorriza con le graminacee in genere. Se nel bosco misto potremo reperire un po’ di tutto, nei prati ci aspetteremo di scorgere Hygrocybe e Camarophyllus, Entoloma, Marasmius, etc. Di regola funghi di piccole o medie dimensioni, anche se non mancano funghi di notevole taglia, fra i praticoli, come le Macrolepiota, alcune Clitocybe e, fra i gastromiceti, alcune Lycoperdaceae.

La zona dei boschi collinari di latifoglie

Chiudiamo la rassegna degli ambienti delle zone montane e submontane prendendo in considerazione i boschi che ricoprono le aree più basse dei nostri rilievi. Assai cospicua è la presenza delle Querce caducifoglie in genere, dall’esile Roverella alle più massicce Cerro e Farnia, mentre, specialmente nelle zone a clima più temperato, notevole è la presenza del Leccio, quercia a foglie sempreverdi, ospite per eccellenza di un numero considerevole di specie di funghi, particolarmente fra i più tardivi. Si tratta, in genere, di ambienti che necessitano di abbondanti piogge per fruttificare e quindi “esplodono” soprattutto ad autunno inoltrato. Le colline prealpine solo saltuariamente ospitano delle conifere se si eccettua il Ginepro e qualche impianto boschivo a Pino silvestre e specie affini; non così man mano che si scende verso il sud della penisola ove la presenza delle conifere è notevole anche a basse quote. Ma il bosco più diffuso e caratteristico di questa fascia è principalmente costituito da Querce, Castagno e Carpino, altra essenza quest’ultima che produce un discreto numero di specie fungine. La stagione di maggiore fruttificazione è, come si è detto, quella autunnale ma in stagioni notevolmente piovose anche i boschi collinari possono dare soddisfazioni sia in primavera che in estate. Elementi caratteristici del sottobosco collinare sono anche numerose altre latifoglie, Robinia e Salice, di norma poco dedite a costituire simbiosi con i funghi; essendo però produttrici di humus, favoriscono la nutrizione di una innumerevole serie di funghi saprofiti, peculiari dei periodi umidi e nebbiosi. Si può dunque asserire che i boschi collinari costituiscono la “riserva” per i periodi più freddi, un modo per prolungare la stagione micologica sia degli avidi raccoglitori di funghi da consumare (p. es. il Chiodino, ovvero Armillaria mellea e specie vicini), sia per gli appassionati studiosi, per la comparsa di numerose specie interessanti.

La zona delle pianure

Non sono certamente poche le piante che caratterizzano i boschetti delle pianure, tuttavia, poche hanno attitudini alla micorriza; le formazioni antropogene più produttive sono, generalmente, quelle che costeggiano i corsi d’acqua dove l’umidità è garantita anche nei periodi più caldi. Non si deve però pensare che la pianura non ospiti funghi; sono infatti numerose le specie saprofite che popolano i bordi dei coltivi e non mancano specie caratteristiche dei pioppeti, come il Leccinum duriusculum e il Tricholoma populinum. Inoltre, è soprattutto in pianura che compaiono i cosiddetti Prataioli, siano essi ascritti al genere Agaricus, sia il comunissimo Leucoagaricus leucothites (forse più noto col nome di Lepiota naucina).

L’ambiente mediterraneo

Anche le pinete e le leccete che caratterizzano i boschi dell’immediato entroterra in prossimità dei mari sono ambiente prolifico per la produzione di alcune specie fungine. Sovente, a questi alberi ad alto fusto si accompagnano altre piante tipicamente mediterranee come il Corbezzolo, o altre essenze che importate per svariati motivi, bene si sono adattate ai microclimi dei nostri litorali, come l’Eucalipto. Ma le essenze che maggiormente influenzano la crescita dei funghi sono costituite da arbusti, primi fra tutti il Mirto e il Cisto, ma anche numerose Ginestre ed Eriche. L’insieme di questi arbusti, i Pini marittimi e l’onnipresente Leccio, costituiscono la Macchia mediterranea. Vale la pena ricordare che persino la zona delle dune sabbiose, anche lontana da alberi superiori, produce le sue specie fungine come si testimonia nei fotocolor che seguono. Infine, due parole meritano le sugherete, ossia boschi a vocazione mediterranea, costituiti da una particolare specie di Quercia (Quercus suber), anch’essa capace di costituire legami micorrizici con numerosi funghi. Le sugherete sono diffuse in Sardegna, e compaiono anche nelle zone a ridosso del Tirreno sulle coste toscane e laziali.